8 Febbraio 2010
Colazione da Tiffany
“Occorre concedere una pausa agli animi: riposati rinasceranno migliori e più combattivi” - Seneca
Qualche mese fa (si parla della fine di novembre 2009) ha sollevato discussioni e perplessità la proposta del ministro Rotondi di abolire la pausa pranzo.
Tra i commenti che ho letto in quel periodo sull’argomento, uno mi ha particolarmente interessato e cioè il pezzo inserito nella rubrica “L’altra voce” del femminile del Corriere della Sera, iO del 5 dicembre a firma di Danilo Taino, corrispondente da Berlino per il Corriere. Nel commento si legge: “(…) quel che si nota guardando l’Italia - almeno le grandi città terziarie - è che non si sta in ufficio troppo poco: ci si sta troppo. Allibiti, i tedeschi notano che molti italiani alle 17, 17,30, alle 19.00, alle 20.00 non si alzano e non mettono il cappotto, restano dietro la scrivania (…). Nelle imprese di successo si lavora sodo e si esce presto (…)“. E’ proprio quest’ultima affermazione, inserita nel contesto di una provocazione e cioè quella di stabilire, per contro, un limite di orario oltre il quale non è possibile stare in ufficio, invece che l’abolizione della pausa pranzo, che ha suscitato in me la maggiore curiosità, non disgiunta da una riflessione personale: all’estero, però, in molti paesi, la giornata lavorativa comincia alle 7 del mattino…… La pausa pranzo, comunque, trova giustificazione, nel nostro ordinamento, nelle disposizioni dell’art. 8 del D.Lgs. n. 66/2003 di riforma dell’orario di lavoro (in attuazione delle direttive 93/104/CE e 2000/34/CE) e, prima ancora, nell’art. 5 del RD n. 1955/1923 e nelle disposizioni della contrattazione collettiva. Il limite minimo previsto dalle legge è di dieci minuti ogni sei ore di lavoro, ma la contrattazione collettiva e, soprattutto, la regolamentazione aziendale, possono prevedere pause ben più lunghe che, in alcuni casi, superano anche le due ore.
Intervenire su tale regolamentazione che, in moti casi, è influenzata anche dalla prassi, sarebbe piuttosto complicato, perché comporterebbe un totale stravolgimento di abitudini e consuetudini.
In realtà, il punto di maggiore rilevanza non è tanto la pausa pranzo, ma appunto, la maggore o minore produttività legata alle pause: non sono un sociologo né un esperto di organizzazione e, quindi, non ho la pretesa di compiere affermazioni che presuppongono un livello di conoscenza che va al di là dei miei ambiti di competenza, però posso trarre dall’esperienza diretta spunti di riflessione che mi inducono a vedere il problema sotto molteplici punti di vista e, non da ultimi, proprio quelli sociologici e di organizzazione che, al di là del dato normativo, balzano subito agli occhi:
1) le nostre giornate sono state enormemente allungate dalla tecnologia: avere accesso alle informazioni in tempi più rapidi semplifica il lavoro di ricerca, ma complica il lavoro di analisi e di sintesi delle diverse fonti di informazione. Quindi stare in ufficio più a lungo o cominciare la giornata lavorativa alle 7 del mattino possono essere le due facce della stessa medaglia;
2) siamo continuamente soggetti a più stimoli: una volta, durante la giornata lavorativa il principale stimolo esterno era costituito dal telefono. Ora la posta elettronica e la necessità di selezionare e catalogare le e-mail e le informazioni che arrivano attraverso la posta elettronica, oltre a costituire un rilevante fattore di stress e un costo enorme per le aziende, determinano necessariamente un allungamento dei tempi di lavoro, finalizzato proprio anche a mettere ordine e, soprattutto, ad assicurare quei tempi di risposta pressoché immediati che le nuove tecnologie ci hanno “regalato”. E ciò è destinato ad aumentare, dato che le aziende si stanno popolando di nuove generazioni cresciute a “pane e tecnologia” che, mi auguro, sapranno trovare il modo di gestire meglio le informazioni - stanno nascendo software specializzati in ciò…evviva!! - recuperando tempo prima di tutto per se stessi.
In base ad una ricerca pubblicata recentemente sull’Harvard Business Review - Morte da eccesso di informazioni di Paul Hemp:
a) i lavoratori della conoscenza destinano in media 20 ore di lavoro settimanale alla gestione della posta elettronica…;
b) ci vogliono circa 24 minuti per tornare al lavoro che si era interrotto dopo avere aperto un’e-mail….
Il dato è preoccupante, ma ancora più preoccupante è che tutto questo incide su efficienza e produttività, con la conseguenza di non poter risolvere il problema solo attraverso la valutazione di un momento della giornata, quale la pausa pranzo, che ha, invece, la fondamentale finalità, a mio modesto avviso, di recuperare proprio efficienza produttiva, ricollegandoci con la realtà, mettendo ordine nelle idee e nel coacervo di sollecitazioni concorrenti.
E ciò di fatto avviene con le modalità che ciascuno preferisce.
Il titolo di questo post non è quindi un caso: in uno dei film che preferisco, Colazione da Tiffany, appunto, e nel libro di Truman Capote dal quale il film è tratto, la protagonista, Holly Golightly dichiara che, nei momenti di difficoltà:”(…) mi sono accorta che per sentirmi meglio mi basta prendere un taxi e farmi portare da Tiffany. E’ una cosa che mi calma subito, quel silenzio e quell’aria superba: non ci può capitare niente di brutto là dentro, non con quei cortesi signori vestiti così bene, con quel simpatico odore d’argento e di portafogli di coccodrillo (….)”.
Ognuno di noi ha un modo personale e diverso per realizzare questo obiettivo e la pausa pranzo può, a mio avviso, servire anch’essa a questo scopo: fare quello che più ci piace, che sia mangiare, fare una passeggiata, guardare una vetrina, andare in libreria, in palestra o rifugiarsi, appunto, in un posto per un tempo anche piccolo, ma fondamentale per riappropriarsi del senso delle cose e del significato del proprio tempo. In Gran Bretagna e in Germania - ma ho il sospetto che ciò avvenga anche in altri luoghi in giro per il mondo…- è anche un momento per farsi una birra in pace…Ho personalmente visto uomini d’affari con tanto di completo grigio passare i propri venti minuti di pausa pranzo al pub in compagnia di birra e colleghi. Nei posti di mare è un’occasione per fare una scappata in spiaggia, quando il tempo e la latitudine lo consentono. Nei piccoli centri è un’occasione per tornare a casa. Credo che il recupero dell’efficienza produttiva passi anche attraverso questi momenti, perché essere padroni del proprio tempo significa anche trovare il giusto compromesso tra i doveri e le necessità del lavoro e gli spazi personali, essenziali per assicurare, come ci dice Seneca, equilibrio alla persona e slancio creativo o produttivo.


Scritto il 8-2-2010 alle ore 18:15
Quando si dice che bisogna “staccare”, penso si intenda proprio quello di cui hai parlato tu, riprendendo il pensiero di Seneca. Penso che sia molto importante ritagliarsi spazi di “recupero mentale”, soprattutto se i flussi di informazioni che la tecnologia ci permette di ricevere ci sovraccaricano di lavoro.
Ti segnalo un interessante articolo che consiglia vivamente di ignorare le mail per evitare lo stress da ufficio!
Scritto il 9-2-2010 alle ore 21:32
[...] “Occorre concedere una pausa agli animi: riposati rinasceranno migliori e più combattivi” ̵… [...]
Scritto il 15-2-2010 alle ore 09:15
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