30 Ottobre 2009
Una pillola ci salverà?
Leggo su Wired di settembre e mentre leggo inorridisco al racconto di un lettore di Wired Us che scrive, c’è un astro nascente nella mia azienda: lui usa il modafinil per lavorare con orari folli e il capo ha cominciato a darmi il tormento perché non sono altrettanto produttivo……
Più avanti, nel medesimo articolo, leggo che “un numero sempre crescente di giovani fa uso di questi farmaci per lavorare meglio…hanno il loro laptop, l’iphone, l’Adderal (che è un farmaco il quale pare abbia la funzione di stimolare la produzione di dopamina e noradrenalina rendendo la mente vigile e attenta). Questa generazione emergente di lavoratori e di leader può avere uno stile di pensiero e di azione un po’ diverso, forse perché fanno uso di questi farmaci o perché hanno imparato a lavorare facendone uso….”
E qui mi scatta subito il pensiero, ma giovani e lavoro vuol dire questo?
Saranno queste le nuove generazioni alla guida delle aziende di domani?
Non saprei, sicuramente le nuove generazioni hanno un approccio al lavoro diverso da quello tradizionale che le scuole di management ci hanno trasmesso in questi anni. Infatti, dai risultati di una recente ricerca della Fondazione Istud sulla Generazione Y, presentata in Assolombarda il 30 settembre 2009 e riguardante i giovani nati negli anni 80, emerge che la generazione dei giovani che si affacciano ora al mondo del lavoro, racchiude soggetti che sono ipertecnologici, ma anche poco propensi al sacrificio rispetto ai loro padri. I giovani, in base ai risultati della ricerca, non riescono ad avere una visione sul lungo periodo ma vogliono risposte immediate in termini di crescita e sviluppo professionale.
Ma c’è un altro fattore che caratterizza questa generazione e che la rende unica: la forte propensione alla creatività, intesa in senso ampio. I giovani della Generazione Y vogliono dal lavoro quegli stimoli che sono essenziali per la loro crescita umana e per il loro benessere. In una parola “flessibilità” intesa come la possibilità di creare il proprio spazio di lavoro e il proprio ruolo nell’organizzazione, senza rinunciare ai progetti e agli interessi personali.
Durante la presentazione della ricerca, qualcuno dei relatori - non ricordo esattamente chi - ha citato la “bibbia” di questa generazione: un libro molto bello che ho avuto la fortuna di leggere qualche anno fa: Richard Florida, L’ascesa della nuova classe creativa.
Un passaggio di questo libro rende perfattamente cosa cerca questa nuova generazione: “la chiave per comprendere la nuova geografia economica della creatività e i suoi effetti sui risultati economici è racchiusa nelle tre T dello sviluppo: Tecnologia, Talento, Tolleranza. Ciascuna di esse è indispensabile, ma da sola non sufficiente: per potere attrarre persone creative, generare innovazione e stimolare lo sviluppo, un luogo deve possederle tutte e tre“.
Muta, con questo, a mio avviso, anche il parametro per la misurazione della felicità e della stessa felicità sul lavoro: non il denaro, non la carriera, ma altri fattori essenziali, presenti nel patrimonio genetico e favoriti dal contesto sociale e lavorativo, i quali possono anche procedere parallelamente a denaro e carriera ma che assumono valore prevalente quando la pressione si fa troppo insistente.
In questo, un’altra lettura che si prospetta interessante e che mi sento di consigliare anche se non l’ho ancora personalmente afrontata è Jacob Burack, Ma gli scimpanzé sognano la pensione?
Si legge, nella nota di copertina: “che ruolo hanno le emozioni, il caso e la fiducia negli affari, nelle decisioni su come impiegare i nostri soldi e più in generale nel perseguire i nostri obiettivi? E poi, una volta portato a termine un buon business, una volta ottenuto ciò che abbiamo a lungo desiderato, saremo davvero felici?
Il denaro non dà la felicità: una frase che può persino sembrare ingenua o ipocrita, se a pronunciarla è uno degli uomini più ricchi del pianeta. Eppure Jacob Burak, storico fondatore di Evergreen, una delle società di investimenti israeliane di maggiore successo al mondo, ne ha le prove, e sono inconfutabili: parlano per lui ricerche e studi sul comportamento umano (e su quello dei nostri antenati scimpanzé), a volte curiosi, a volte persino inquietanti, ma sempre in grado di rivelarci qualcosa che non sapevamo e che potrebbe aiutarci a vivere decisamente meglio.
Ma gli scimpanzé sognano la pensione? - uno dei più grandi bestseller di sempre nel suo paese d’origine, Israele - non è il solito libro di un milionario desideroso di raccontarsi e di offrirci il segreto del suo successo. Con molta ironia e semplicità affronta il rapporto fra le realtà finanziarie e l’etologia umana e animale, analizza fattori come fortuna, paura e desiderio di serenità, confuta in modo inequivocabile svariati cliché del mondo degli affari.
Partendo dal presupposto che il nostro comportamento, tanto in campo economico quanto nella sfera personale, è influenzato da fattori genetici e di tipo sociale che ci accomunano ai nostri cugini primati, Burak ci insegna a superare le difficoltà professionali e della vita quotidiana, a prendere realmente coscienza di alcune piccole e grandi scelte in grado di cambiare la nostra esistenza, a individuare un personale percorso verso la felicità“.
Sono propensa a ritenere che non è nell’accrescimento cognitivo provocato dall’Adderal e da altri farmaci similari che sta il segreto del successo per le nuove generazioni, ma nel potenziale creativo che esse si portano dietro come inestimabile e nuovo bagaglio genetico.


Scritto il 4-11-2009 alle ore 23:19
[...] Volevo segnalare un bell’articolo su postilla.it della dott.ssa Salazar http://paolasalazar.po... [...]
Scritto il 8-11-2009 alle ore 09:29
[...] verso di essi.Dateci un occhiata…Altri articoli molto interessanti che ho trovato:Una pillola ci salverà? Un brillante articolo della dott.ssa Paola Salazar presso Postilla che parla della Generazione Y, [...]